18 febbraio 2013

Nostalgia

Con il nostro trasferimento a Berlino credevo di aver esaurito  tutte le possibili cause di nostalgia.
Mi sbagliavo.

Per qualche oscura ragione mi tormenta un'inspiegabile nostalgia di Abu Dhabi.

27 gennaio 2013

La fila per il pane

Leggo spesso di stragi di Siriani bombardati mentre fanno la fila per il pane.
Delitto ignobile, perché vengono presi di mira cittadini indifesi e non gruppi di combattenti. Delitto doppiamente ignobile, perché tra le vittime ci sono tantissimi bambini.
Non mi ero reso conto di quale orrendo crimine fosse trucidare chi fa la fila per il pane, finché non mi sono trovato anch'io in fila per il pane, durante il recente viaggio ad Abu Dhabi.
Ero con mia figlia e mia madre.
Non ero mai stato a comprare il pane in questi forni siriani.
Immaginate un negozietto di 7-8 metri quadrati, occupati quasi tutti dal forno, un cubone tutto piastrellato con una bocca rotonda aperta verso l'alto. In fondo, un garzone impasta e stende l'impasto e, seduto a gambe incrociate davanti alla bocca del forno, un altro garzone, quando arriva un cliente, depone l'impasto giá steso su una specie di cuscino e aiutandosi con il cuscino sistema l'impasto sulla parete interna del forno. Quando il pane é cotto, il garzone  lo prende con un rampino e lo consegna al fornaio, un vecchietto barbuto e cordiale, che a sua volta lo dá al cliente in cambio di un dirham.
Il pane é tondo, il diametro simile a quello di una pizza, e mangiato caldo caldo é una delizioso: non c'é da stupirsi che all'ora dei pasti si formi la fila.
Mentre attendevamo il nostro turno, non avevo ancora fatto collegamenti con la Siria, ero piuttosto incuriosito dal modo in cui facevano il pane. Quando poi ho visto il fornaio dare il pane a mia figlia, prendere il dirham che lei aveva tenuto stretto nella sua manina e carezzarla sulla testa, come un fulmine mi ha colpito il pensiero delle stragi di bambini siriani in fila per il pane. Un pensiero doloroso e sempre presente.
Di pietá per le piccole vittime innocenti.

06 novembre 2012

Letture

Da poco ho letto The turn of the screw di Henry James e ora sto leggendo Lady Chatterley's Lover di David H. Lawrence.
Henry James é artefice di una macchina narrativa mirabile, di ingranaggi perfetti, di meccanismi articolati, complessi eppure fluidissimi; c'é da rimanere a bocca aperta davanti a tanto nitore e tanta nobiltá. Non so immaginare quanto lavoro e quanta cura ci siano dietro le superfici levigate e tornite con garbo dei suoi periodi.
David H. Lawrence invece é meno continuo, si concede alti e bassi narrativi; si interessa meno alla storia come ordigno e piú alla precisione e alla ricchezza della lingua: la sua unitá di misura é la parola esatta. Usa un Inglese cosí esatto che sembra Tedesco.
James mette per iscritto una storia giá preesistente, non deve fare altro che preoccuparsi della perfezione formale del suo stile; Lawrence la storia e i personaggi te li sbozza e scolpisce in diretta.
Se vogliamo fare un paragone pittorico, James dipinge su tavola con i colori a olio, mentre Lawrence é un incisore di acqueforti.

13 maggio 2012

Gustav Mahler alla Konzerthaus

Ieri siamo andati alla Konzerthaus a Gendarmenmarkt.



La Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin, diretta da Sebastian Weigle, ha eseguito la Quinta Sinfonia di Mahler.
Mi aspettavo un trionfo di languori esangui, invece Sebastian Weigle ci ha restituito una Quinta piena di ritmo e vivace (lebendig é l'aggettivo che ho colto dai commenti degli altri spettatori all'uscita). Tanto che non abbiamo avuto tempo per la pausa.
Mahler non si é dimenticato di nessuno strumento e li ha usati tutti con generositá, ma al momento giusto. Il direttore ha interpretato con grande acutezza la partitura in questo senso. Mi ha ricordato le incisioni della maturitá düreriana, in cui é dato il massimo dell'espressione con il minimo dei mezzi.
La Quinta ha una sua bellezza plastica. Nei movimenti iniziali gli archi ballano come un mare in tempesta. Tutti gli strumenti come onde si scagliano contro lo scoglio saldo che é stato Sebastian Weigle.

20 marzo 2012

Faccia da culo

Oggi sono stato ad un convegno.
Un Francese ha fatto la sua presentazione sulla sostenibilitá di alcune soluzioni per l'ingegneria stradale in Comic Sans.
In Comic Sans, signore e signori! In Comic Sans!
Il Comic Sans non lo usano nemmeno all'asilo di mia figlia per invitarci alla festa della mamma.
Gli avrei tirato una scarpa gli avrei, se non fossi stato sicuro che persino la scarpa avrebbe deviato la traiettoria e preferito tuffarsi in una cagata di vacca.

L'unica cosa positiva é che al convegno, con la faccia italiana come il culo teutonico, ci siamo imbucati, nonché abbiamo scroccato il pranzo (il direttore commerciale s'é pure fregato un paio di bombolotti da portare gentilmente ai colleghi rimasti in ufficio).

PS Per ulteriori informazioni: ban comic sans

17 marzo 2012

Vivere Berlino

Cosa c'é di piú berlinese di una grigliata a Treptower Park non appena spunta il primo sole primaverile?
Techno a palla (piú o meno), amici e conoscenti (di differenti e multiple nazionalitá; minimo cinque) grill a carbonella su treppiede (si carica facilmente su una bici), salsicciotti e bistecchine, insalata di patate (inevitabile come una Nemesi), fiumi di birra e vinelli improbabili.
Nastja corre a qua e lá, scava delle buche, si avventura in giochi con le figlie di chissá chi, torna, si sbrana un wurst e gironzola con un bicchiere in mano come i grandi.

10 febbraio 2012

Di chi é la ragione? - 1

La ragione é degli stronzi.
Da buon Romano, ho sentito questa frase fin da piccolo. Sebbene il senso me ne sia palesato solo piú tardi.
Ricordo un episodio della mia infanzia. Frequentavo allora le elementari e un giorno discutevo con un compagno di classe sulla pronuncia inglese di 3. Lui sosteneva che si dovesse pronunciare "tri" e io, correttamente, "three". Non mi infastidiva l'errata pronuncia, quanto la semplificazione eccessiva che deriva da chiusura mentale. Ogni volta che io dicevo "three", lui mi derideva storpiando la pronuncia in "stri".
Non sono pedante, non sono pignolo, ma ho sempre badato ai dettagli. Quando parlo con una persona mi concentro su come si muove, se si tocca, se mi tocca, quello che dice lo considero spesso un mero sottofondo sonoro e assai piú importante stimo quello che eventualmente taccia o che non mi chieda. Nelle conversazioni preferisco di norma l'ascoltare e concentrarmi sull'interlocutore e quando tocca a me dire qualcosa, sale l'imbarazzo e mi sembra di non riuscire mai a dire completamente quello che ho in mente. Per questo motivo mi esprimo meglio scrivendo. Divento loquace solo quando quello che si dice non ha importanza, cioé nel cazzeggio e nell'esercizio dell'ironia. Ma questa é un'altra storia.
Torniamo alla nostra disputa. Quando arrivó l'insegnante d'Inglese, le chiesi come si dovesse pronunciare 3 in Inglese. Lei ci disse: "three". E io, trionfale, al compagno di classe: "hai visto?".
Ma il mio trionfo duró pochissimo. Giá mentre pronunciavo quelle parole, cominciai a sentirmi a disagio: avevo avuto ragione. Va bene. Che cos'era cambiato? Ero diventato migliore del mio compagno di classe? E che senso aveva avuto spuntarla su uno come lui, che si compiaceva della propria ignoranza?
Fu allora che cominciai a capire perché la ragione fosse degli stronzi. Con il passare degli anni la mia comprensione aumentó, fino a radicarsi in sicurezza durante gli anni universitari.
Esistono delle categorie di persone che, convinte (immagino) di possedere una qualche superioritá (morale, intellettuale, fate voi), sono fortemente predisposte ad avere ragione. Ad esempio molti automobilisti anelastici o in generale quelli di sinistra (a parte casi eccezionali, come er Pinta).
Esistono peró dei popoli per i quali aver ragione é una manifestazione della loro natura, una categoria del loro essere.