22 giugno 2011

Corso di Tedesco

Piove a catinelle.

    Sono tornato lunedí da due settimane di mare in quel piccolo gioiello che é Marina di San Nicola. La bambina é rimasta giú a godersi il sole sotto la sorveglianza di moglie e nonna. E io quassú a lavorare.
    Ieri sera al corso di Tedesco eravamo solo una Franco-americana, un diplomatico portoghese e l'insegnante (e io naturalmente).
    Abbiamo abbandonato l'aula vuota e siamo andati a mangiare una pizza da La vita é bella a Belzigerstraße a Schöneberg (era il Pizzatag) e lí abbiamo fatto una chiacchieratona colossale con l'insegnante e il Portoghese (la franco-americana ci ha lasciato presto) tirando in ballo Pergolesi, Mozart, Nabokov, Proust e chissá quanti altri.
    Insegnante e diplomatico ciucciavano allegramente quartini di bianco, io dovendo guidare mi sono concesso solo un grappino.

    Digressione: ho portato in macchina la Franco-americana (mentre il Portoghese ci seguiva in motorino e l'insegnante pedalava) e questa mi confessa che di Berlino ne ha le palle piene e non ne puó piú (testualmente) di 28-enni che vanno in giro in skate board senza curarsi di cercare un lavoro. E poi ha iniziato a parlare di Pirpán. E Pirpán, Pirpán, ma chi minchia é 'sto Pirpán, le chiedo?
    É Peter Pan! Pronunciato all'americana. Allora ho capito tutto il discorso.
    È un po' sfigata questa tipa. Ci ho parlato due volte in tutto. La prima volta, a una Grillparty, mi racconta che s'é lasciata con il ragazzo. Vabbé, capita. La seconda volta, in macchina ieri, mi dice che doveva incontrare uno a Parigi, uno che le aveva presentato la sorella, ma questo tornando dall'India si é preso non si sa che malattia e deve stare in quarantena. Quindi niente Parigi.
    E poi tutti 'sti discorsi su Pirpán.
    Fine digressione.

    Dopo la chiacchieratona... l'insegnante, che é insegnante a tempo pieno, faceva da moderatrice e lasciava che io, spirito mistico, e il Portoghese, animo politico-pragmatico, c'ingarbugliassimo in raffronti tra James, Proust, Lolita, i romanzi berlinesi e quelli americani di Nabokov.
    Dopo la chiacchieratona, dicevo, l'insegnante ci fa fare una passeggiatina per Schöneberg per far vedere al Portoghese (personaggio interessante, non so che incarico abbia, ma non credo che stia allo sportello a ricevere domande di rinnovo del passaporto) una serie di cartelli appesi per strada che portano citazioni delle leggi razziali naziste.
    Passando sotto i tigli in fiore l'insegnante, non so se per il senso di colpa o per il vino o per il profumo dei tigli si commuoveva.

03 maggio 2011

Il tinnito

Tempo fa ho letto un post sul blog Chelsea mia del giornalista del Corriere della sera Alessio Altichieri, di cui apprezzo la sobrietà e l’attenzione data ai temi dell’arte.
Il post parla del tinnito, cioè del fastidioso rumore di sottofondo che disturba la percezione acustica dei musicisti, ma anche degli anziani. Altichieri sposa la tesi che il tinnito sia assente negli expat. Ovviamente intendendo tinnito in senso lato, cioè come il “ronzio che emettono i media senza sosta”, come lo definisce efficacemente il giornalista.
Da expat non posso che confermare questa tesi. Sono immune al tinnito che affligge i Tedeschi e maxime a quello che tormenta gli Italiani (che stimo più oppressivo di quello tedesco): il vantaggio è inimmaginabile: libertà e profondità di concentrazione, nonché guadagno di tempo altrimenti perso a venir rimbambito di cazzate (e non mi riferisco solo ai casi di fotografi e veline, ma soprattutto alle urla dei politici, all’indignazione degli onesti e allo scandalizzarsi dei giusti e all’esaltazione di qualunque tronfia ostentazione di volgarità e ignoranza).
Va da sé che il veicolo maggiore di diffusione del tinnito sia la televisione, avendo noi Italiani la pessima abitudine di tenerla costantemente accesa (come pure i Turchi, a credere a un recente studio tedesco). Sarebbe sufficiente spegnerla per un po’ (e avere il coraggio pascaliano di stare soli con se stessi seduti una stanza silenziosa).
Basta però un decoder per poter accedere (a costi accessibili) ai canali di mezzo mondo. E quindi il vantaggio logistico dell’expat va a farsi friggere. Quanti expat cedono al richiamo dolce ma illusorio del tinnito, abbindolati dall’idea di tornarsene per un po’ nell’abbraccio della patria matrigna? (o dal desiderio di spizzarsi due chiappe senza impegno?)
Esistono delle tipologie di tinnito cui nemmeno gli expat possono sottrarsi: pensiamo ai lettori mp3 (e allo stereo nell’auto)!
Il romanzo non è morto: semplicemente la playlist ha sostituito il flusso di coscienza!

05 dicembre 2010

Maginficat

Ieri, ammollate moglie e figlia con amica russa a mangiare il gelato a Potsdamer Platz, sono andato alla chiesa della Santa Croce a Kreuzberg a sentire un concerto.
Suonavano e cantavano gli studenti della Humboldt Universität di Berlino e dei solisti di un gruppo berlinese (Athesinus Consort).
La chiesa non é grande (la foto é presa da internet, ieri era buio e c'era un po' di neve) e si potevano vedere da vicino l'orchestra e soprattutto il coro (quando cantava senza accompagnamento).
Ritengo che sia molto importante che giovani musicisti possano eseguire in pubblico, quand'anche davanti a parenti e amici, come ieri. Amo la musica, sebbene abbia un'educazione musicale superficiale, e la ritengo un'irrinunciabile forma di cultura, anche se non produce, ma grazie a Dio non esiste solo il business e non esistono solo fabbriche di bulloni e tonnellate di acciaio da piazzare da qualche parte in Cina.
Dei componenti del coro sono rimasto affascinato dalla concentrazione con cui seguivano il maestro. Una di quelle concentrazioni che ti fa perdere la coscienza di esistere, il calzino calato, il desiderio di grattarti la testa, una di quelle concentrazioni che ti fa essere solo voce (e bocca e occhi spalancati).
Dell'orchestra non ho visto molto, perché la chiesa, a differenza delle sale da concerto, é in piano e gli orchestrali erano quasi tutti coperti dai capoccioni di chi mi stava davanti.
Mi sono goduto i solisti, quando hanno eseguito il Magnificat di Bach, che era il motivo della mia presenza lí (il resto dei pezzi era roba da saggio di fine anno). Il primo soprano non mi é piaciuto, aveva un'aria un po' aggressiva da prima serata, si dimenava con garbo, ma -cazzo- non c'era traccia di sacro nella sua voce. Mi é piaciuto il secondo soprano, mi ha dato un'emozione, un'emozione religiosa. E finalmente una donna in un corpo femminile e non un surrogato d'uomo (come sono queste Tedesche). Contralto e basso mi sono stati indifferenti. Mi é piaciuto il tenore, soprattutto per la sua aria languida e maudit.
Al fin fine questo Magnificat non mi é parso un gran che. La responsabilitá ricade sulla direttrice d'orchestra. Ha eseguito il compitino, tutta impegnata a mostrare di essere meglio di un maschio (come fanno queste Tedesche), persino meglio di un maschio in abiti maschili. Ma il Magnificat mancava di potenza. Dov'é il Signore che scaccia i potenti ed esalta gli umili, che dona ricchezza al povero e rimanda il ricco a mani vuote? Dov'é la Sua gloria? E l'eternitá? E Abramo e il suo seme nei secoli dei secoli?
E dove sono i nostri padri?
Solo l'Omnes generationes ripetuto all'infinito mi ha dato brividi da capogiro e mi ha fatto venire la pelle d'oca.

08 novembre 2010

Sabato berlinese

Ieri, dopo la consueta visita alle nostre amiche lucane, che tengono un bel bar sulla Akazienstraße, e la necessaria spesa dai Turchi, invece di tornare a casa, con la bimba crollata in macchina, ci siamo diretti in macchina lungo l'Haupstraße verso Potsdamer Platz. La luce azzurrina del crepuscolo, volata attraverso i vuoti della neue National-galerie, ha sorpreso la Phiharmonie duettare con i grattacieli di Potsdamer Platz, mentre la Staatsbibliothek si riposava nell'ombra. Abbiamo imboccato il tunnel e siamo usciti a ridosso di Hautbahnhof e poi lungo l'Invalidenstraße fino alla Zionkirche. Abbiamo visto le lampade dei mercatini del sabato spegnersi, le famiglie scarrozzare i bimbi a casa e i giovani cominciare a popolare le stade del sabato sera. Abbiamo girovagato tra le discrete palazzine di Prenzlauer Berg, non distinguendo nell'oscurita ormai scesa le boutiques, abbiamo riconosciuto peró ad istinto caffé e ristoranti amati. Le luci accese nelle case lasciavano vedere librerie, quadri, lampadari, scatenando in noi il sogno di una Berlino che non é fatta per lavorare, per fare la spesa, per portare le scarpe da calzolaio, ma per essere fruita in tutta la sua discorde bellezza, in tutto il suo intenso sussussare.
La bimba si é svegliata dalle parti di Prenzlauer Allee, mentre la torre di Alexander Platz si stagliava luminosa contro il cielo notturno. Fattoci un ottimo dürüm in un noto posto nei pressi di U-Bahnhof Eberswalder Straße, ce ne siamo tornati, girando intorno per quel che resta di Alexander Platz, fino a Potsdamer Platz, dove non abbiamo rinunciato al cocktail da Billy Wilder, e poi a casa a Lichterfelde.

01 ottobre 2010

Di zii e operai

Mio fratello porterebbe la bambina in braccio per ore. Anche camminando scalzo sui carboni ardenti e frustato dal gatto a nove code.
Con la stessa espressione di beatitudine negli occhi.
Quando non ci sono i nonni, uno zio fa sempre comodo. E noi possiamo mangiare il gelato in santa pace! :-)

La bambina fa effetto anche sugli estranei. Sugli operai che ci ristrutturano casa.
Immaginate dei ceffi tutti tatuati che passano la vita tra risse e birre.
Dopo aver visto la bambina, i loro occhi assumono l'espressione zuccherosa di vecchia zia che ti offre la torta al cioccolato, camminano per casa con i loro scarponi strisciando come su leggere pattine, smettono di fumare, trapanano e martellano senza fare rumore. Se per caso la bambina dorme, si rimpiccioliscono e diventano laboriose e invisibili formichine che operano nel più assoluto silenzio.

13 settembre 2010

Lotta senza quartiere tra nonni

Per qualche oscura ragione tre nonni su quattro sono convenuti per un po' qui a Berlino (il quarto si rosola per benino ad Abu Dhabi). Scontato che noi genitori abbiamo perso il nostro status di figli (soprattutto io relegato al ruolo di autista, facchino e cuoco; la madre si salva perché almeno deve allattare).
Liberatisi dei genitori, i nonni sono in continua competizione per il possesso della nipotina.
La maggior parte del tempo é insindacabilmente nelle mani del nonno siberiano, che per carattere e complessione fisica (é un armadio di un paio di metri) esercita un'innegabile autoritá patriarcale; la nonna siberiana, in quanto sua moglie (ricordando un proverbio russo: l'uomo é la testa, la donna il collo), riesce a sfilargli di tanto in tanto la bambina. Rimane la nonna romana, che puó vincere solo con l'astuzia. E infattti ogni tanto si "offre" di sbrigare doveri nei confronti della bimba, per esempio se la prende di punto in bianco per lavarle le manine e poi se la tiene ben stretta distraendo il nonno siberiano facendolo parlare con l'autista-facchino-cuoco su temi come il crollo dell'economia bulgara dopo il '91.

12 settembre 2010

Weekend da Carlo Vivari

Lo scorso weekend siamo andati a trovare i nonni siberiani a Karlovy Vary nella Repubblica ceca, dove ogni anno fanno le cure termali.
Berlino-Karlovy Vary non sono nemmeno quattrocento chilometri, ma alla fine, tra andata e ritorno, giri di peppe e Umleitungen, ne abbiamo fatti novecento. In due giorni (sabato e domenica) e con la bambina dietro sul seggiolino.
Fortunatamente la bambina é stata (quasi sempre) un angioletto e abbiamo macinato chilometri sulle autostrade tedesche. Durante il viaggio ho scoperto la bellezza della sesta (mi riferisco alla marcia, non alla taglia di reggiseno).
La fama di Karlovy Vary come stazione di cura é vecchia come il cucco. Immaginatevi tra salubri e selvagge montagne di conifere una valle sinuosa tagliata in profonditá come da un bisturi da un fiume dalle acque calde (tipo 60 gradi). Immaginate di trasportare un treno di palazzi belle Époque e di deporlo lungo le rive del fiume: ecco Karlovy Vary.
Passeggiando per il lungofiume pare di essere in un racconto čehoviano. O nell'Oci ciornie di Mihalkov (che di un racconto di Čehov é una libera trasposizione). Perché? Perché praticamente per le strade si sente parlare solo Russo: Karlovy Vary é di fatto una colonia russa. L'Inglese non serve per quei quattro turisti che capitano di qui (e che spendono poco). La seconda lingua é il Tedesco. Il Ceco si usa solo per divertisi a chiedere informazioni per strada, se all'interrogato non garba il Russo o il Tedesco.
Appena arrivati invece ho chiesto un'informazione ad un tale; e avendomi il tale chiesto: deutsch oder englisch? gli ho risposto con l'aria di uno che non vuole essere seccato da simili sciocche domande: egal!
La cura delle acque attira moltitudini di Russi. Era meta prelibata anche all'epoca dell'impero socialista (e ne é la prova il sinistro Hotel Thermal, un torrione di cemento ingentilito da putrelloni di acciaio). Scannato lo zar, caduto il comunismo, i Russi  non hanno smesso di venirci: orde di vegliardi arrancano per il lungofiume ciucciando acqua curativa e signore di etá indefinibili, la cui unica attivitá é quella di essere belle e di comprare vestiti costosi e vistosi, sciamano portandosi appresso il cagnolino di boutique in boutique (i souvenir li vendono solo gli ambulanti). Gioiellerie e abbigliamento, il meglio del design italiano (in camera avevamo Rubinetterie Paffoni, mica pizza e fichi).
Mi sono dimenticato di dire che la visita era a sorpresa. C'era il rischio che, una volta arrivati, al cellulare ci dicessero: siamo in Ungheria a visitare un salumificio. Ma ci é andata bene e i nonni si sono catapultati immediatamente a requisirci la figlia. Ci hanno portato a cena al Grand Hotel Pupp dove, con sfavillio di camerieri in guanti bianchi, ci hanno servito aragosta canadese, fegato d'oca con le mele e ancora pesci dai nomi ingnoti (agli altri hanno dato il menú in Russo, a me chissá perché direttamente in Tedesco) e poi in una bettolina a scolarmi qualche boccale di scura e strudel (qui invece c'era un cameriere frocissimo vestito da marinaio, una gaia caricatura di Corto Maltese; scomodare Querelle de Brest mi pare eccessivo).
Il giorno dopo i nonni ci hanno di nuovo sequestrato la figlia e noi ci siamo goduta una passeggiata e poi di nuovo una bella scorpacciata di pesce, che non ho potuto evitare di innaffiare di Krušovice. E poi blinčiki con quark (tvorog, tipo ricotta) e panna montata! Gnam!
Ed era giá tempo di tornare a Berlino.